Gela che è Texas

Quando percorro la strada Butera-Gela apprendo tutto quello che le bestie magiche hanno lasciato nel tempo.
Vedo: alberi ritorti che accolgono arance, distese di terra durissima, cieli desertici, potenza di scirocco portata da un Dio siciliano, vedo animali che camminano per le strade e che mi guardano come gli opliti morti guardavano il loro mare eschileo. Poi a volte sosto e mi fermo a respirare, immobile nella strada, e sento che se respirassi a fondo bloccherei il tempo. I pastori hanno gli occhi neri e luminescenti, il volto rosso. I valloni, oltre iguardrail, masticano gli ulivi e i vitigni accerchiano tutta la terra nascosta che la notte non posso vedere. In quella strada, la notte, le stelle camminano anche sull’asfalto, fermentano, e si percorre con le dita in perfezione estatica la geometria delle galassie che stanno già esplodendo nell’asfalto intervallato da piante sottoterra.

Arrivi a Gela e la pianura è costeggiata da pali della luce che sembrano cadere. Comprendi di essere anche in Texas dove il deserto entra con i cani nella città. Gela è la città greca silenziosa, con solitudine americana. L’oro fieno della sabbia entra anche nei sogni delle persone che dormono con le finestre aperte. Le finestre sono sempre aperte in città.

Le Mura Timoleontee, nella zona Caposoprano, gridano al golfo mediterraneo il destino delle barche di legno, cadute nella sostanza degli scogli distanti. Le spiagge a strapiombo parlano greco antico frammisto alle bestemmie di divinità greche ancora fantasmi che urlano in tutta la vegetazione gialla. Lo senti. Eschilo è ancora spirito con vestiti americani, greci e il sale del Mediterraneo tra essi, e infine ha una barba di fiamma blu. Le fiamme del petrolchimico illuminano il porto, lontane, mentre le onde paiono levitare correggendo i limiti terrestri del Lungomare. E l’acropoli fuori città raccoglie il combattimento della modernità texana con l’antichità che sorge dalla terra marrone mai uccisa dal passato.

Parcheggio la macchina nel territorio marittimo gelese, Manfria. La torre, poco lontana, spinge buia tra i fichi d’india e sale in cielo nel quale stanno le imbarcazioni sfracellate arrivate e che arrivano. Greche, marocchine, africane e ora moderne. Il Mediterraneo è invaso dalle fiammelle piccole della luce del petrolchimico, ma non si fa invadere. E’ notte e a Gela ci puoi trovare anche l’amore. Esiste. A Gela puoi camminare di notte, e non devi avere paura, non è città di paura, è città di solitudine americana, greca, di Eschilo come Tom Joad, di scirocco come venti del New Mexico, è aridità di sogni però quelli con le pance piene nel quale le persone vivono e sanno di essere esseri immortali. Quando scappi da Gela devi però girarti perché rimane nella tua memoria antica, e anche moderna, la gente comune che è ancora greca, americana, siciliana. E che mi manca sempre. Gela.

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