Ho visto Heisenberg nella strada Butera-Gela

Sono rinchiuso in una valle buterese data alle fiamme, e rispetto agli altri uomini che stanno bruciando, io ho riconosciuto Walter White e lui ha avuto contezza di me. Ecco la mia letteratura dell’incontro mentre ancora scavo colle rimembranze il mare passato, grazie a una vanga di scheletro utile per trovare aria:

Ho guidato quando il sole cominciava a cadere dal cielo didentro i campi buteresi. La stella si piegava come Cristo dalla croce sulla terra gialla dell’ultimo giorno. Il territorio era arido, arso, le palme ritratte come dita falciate, le curve invadevano gli sterrati e dagli sterrati fremevano particole di polvere. L’orizzonte lungo la provinciale Butera-Gela galleggiava al confine cogli altipiani sconosciuti i quali si dissolvevano a causa della imminente tenebra, come fantasmi alati. Acceleravo e tuttavia, durante il moto massimo dell’auto, lateralmente i campi di ulivi vicino Gela, ancora fiammeggianti di braci viventi, ospitavano bottiglie di ammoniaca e badili chimici. Disturbato arrestai la macchina avviluppata da irriducibile oscurità quasi ciclopica che pareva una specie di meta-figura dormiente, sicuramente mitologica. Nelle sibilanti candele della sera violacea, lontano, piegato sotto un albero di ficus, nero, intravidi un uomo col cappello negro. Nel mio camminamento il caldo della notte sfiatava attraverso piante grasse che colavano sudore cristico. Non c’è distinzione tra la campagna buterese rispetto all’albuquerqueiano deserto: in tutte e due i luoghi c’è un Cristo carbonico perdutosi.  Puzza di fumi nocivi e vegetazione incenerita. Angeli che vendono ali blu e nelle circostanti ruralità buteresi angeli che vendono ali fatte di palme scheletriche. Approssimatomi alla figura che piano piano si disvelava come occhialuta urlai il nome di Walter White, lesta la sagoma vibrò e procedette a bruciare l’intera piana dove ora il fuoco sorgeva altissimo come una preghiera corale. Il sig. White, ch’era demone, mi indicò sopra di me, come spirito impazzato, il cielo stellato. Il cielo blu, il cielo annientato da noi desertici personaggi, il cielo che vedono i dimenticati nelle uguali strade purgatoriali, il suo cielo ch’è uguale a quello buterese e infine pure a quello gelese. Poi, purpureo nelle pupille, mi ha spiegato che siamo disgraziati e che Albuquerque è metà Butera-metà Gela, e le luci del petrolchimico sono la magnificenza che scintillante è divinità da pregare nelle valli e nelle radure aride. Io, allunato, gli domandai dove dovessimo condurre le nostre anime assolate e scarnificate a causa del sole, lui, ancora volante, epperò delineato da un buio cosmico, mi disse che vagare nel territorio senza pioggia è la nostra Fortuna così congedandosi dalla mia faccia cogli occhi sbarrati di morto. Tornai lentamente alla macchina come ingobbito dalle stelle e dall’ombra del sig.White che rilasciava rimasugli di ali. Una volta didentro la macchina lasciai i fari alluminati e davanti a me la terra inestesa accoglieva tanti morti. Dormii allora in macchina per scanto mentre il cielo cangiava in blu e mi feci per assicurazione, il segno della croce. Destino di cani e di ossa, destino di cattiveria benedetta, destino monco, destino vastaso.

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