L’abitazione del becchino

Notte.

Colla vanga io faccio cadere gli uccelli notturni.

Poi, invocando i cieli che si dilacerano a metà come legna infuocata, raccolgo terra sacra sino a considerarla polvere giacché la conduco all’inghiottimento dei venti.

Colla mano insanguinata richiamo la resurrezione del firmamento stellare e delle stelle, affamato, chiudo la luminescenza didentro la mia camera oscura.

Coll’acqua del Mediterraneo ho contratti diabolici e dal cimitero vedo il mare che solleva morti e navi sconfinanti l’Inferno.

Infine cogli occhi iridescenti richiamo i quasi morti che custodisco nelle loro case disabitate.

Tuttavia, io, abito una casa, e munito di candele purpuree traccio il sonno tra me e loro.

Ciononostante nottetempo vannìo come bambini morti prima della nascita e i morti ridono colla voce soffocata.

 

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