“La ferocia”: faulkneriano gotico meridionale

Mi si pone come avvertenza umana e critica, un dovere: tale scritto non ricade in una recensione precipua, bensì in un’invocazione letteraria fluente:

Ho assistito, colla lettura incendiata infra-anima, alle fondamenta ardenti d’un genere narrativo novativo che attua fortemente la poetica dello sconfinamento la quale, da me, è prediletta. Ho incontrato, pertanto (secondo una creazione istantanea della mia glossa personale), il gotico meridionale: “La ferocia” di Nicola Lagioia. Sin dall’origine, dunque dal parto primario del libro, il confine immaginifico si pone inesteso, eterno, e riunisce visione fantasmatica a ricreazione massima della magia territoriale che infesta il meridione barese. Una realismo magico che Lagioia percepisce, epperò appunto abitato in Puglia. Lo scrittore inizia i posti notturni ai riti esoterici della solitudine umana, devasta l’aridità dei luoghi diabolici con una prosa che pare tratta da un film lynchiano(si ripercorra nella mente Wild at Heart), ingravida il buio per infine generare lampioni, luci spettrali e poi materiche presenze che riconducono alla prima traccia faulkneriana del ludus mefistofelico tra cosa tangibile e, all’interno di questa, demonica poesia. Da quest’ultima traccia s’avvia quindi un collegamento borgesiano tra Lagioia e Faulkner: v’è una ragazza insanguinata poi dispersa nella sterpaglia, accolta dall’asfalto e dal buio dell’asfalto che è anch’esso poesia lynchiana e v’è dopo una famiglia. La famiglia(rispettivamente, per Lagioia e W.Faulkner: Salvemini- Compson), è fondamenta della narrazione e tuttavia creata ex novo da Lagioia colla sensibilità di un Faulkner del meridione italiano. Così nel camminamento della lettura del romanzo, s’erge con maggiore potenza questa rassomiglianza tra lo scrittore di Bari e lo scrittore di New Albany.

E ancora, continuando, la prosa è affastellata da poesia particellare, da genesi di visioni di cose immobili e poi ancora la famiglia Salvemini, poi la tragedia e poi ancora la lirica che s’alza ammazzando la realtà come ne L’urlo e il furore. Suppongo che questa indistinguibilità tra disperazione reale e inumana descrizione d’essa, oltre il confine empirico( seppur il romanzo abbia storia e struttura bellissime), consacrino la scrittura di Lagioia come umbratile, tenebrosa, gotico-lirica. Ciononostante c’è, esiste, il dato percepibile della verità: quindi la famiglia e la progressione d’essa, o il combattimento didentro essa con periodi diretti e ansanti; ma è nel modus che il libro vola, s’eleva come se fosse costantemente nella scena stregata lungo la strada della tenebra battuta dalla macchina dei due amanti lynchiani, dove i protagonisti di Wild at heart discutono e vengono seguiti, a lato, da una strega ridente che è arrivata dall’aldilà eppure levita presente accanto ai due personaggi. Ogni frase ne La ferocia è sussurrata da un altro mondo, da una dimensione sì terrestre epperò confinata in uno stadio di versi limbali giacché pare trascritta dal Limbo medesimo. Allora le zone del barese divengono la contea di Yoknapatawpha e viceversa sino ad una magnifica mistione che mi fa definire Lagioia come uno scrittore faulkneriano-gotico meridionale. E qualora ululassero i fantasmi degli scrittori americani del sud, si potrebbe rispondere ad essi, col rispetto sommamente letterario, che anche nel sud Italia può avverarsi  la scrittura che si radica oltre il confine dell’orizzonte magico.

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