Il non-Tempo grazie a Sur

Ho avuto prima conoscenza umana della libreria immobile di Sur didentro il Palazzo dei Congressi. S’era accesa la Fiera del libro, a Roma, il sette dicembre. Erano le quattordici, e oltre le finestre oblunghe il cielo rilasciava sudari di sole e ossa di nuvole. Mi sono quindi abbandonato su una sedia legnosa, porpora, e ho discusso con Antonio, cinti sino alle viscere dai volumi di Piglia, Cortazar, Sabato e gli altri fantasmi infiammati. Io e Antonio possedevamo le pance affamate della religione in letteratura; Antonio, collaboratore Sur, è ragazzo impregnato di fuoco puro ed è in potere d’impugnare i misteri che la carta sudamericana osa nascondere. Lui è un mago allucinato, vegliante sullo stand. Abbiamo questionato e pertanto sfogliato Piglia, evocato il Diavolo, mentre spediti procedevamo ai riti della glossa intrecciata di comprensione reciproca. Quella lingua seppellita nelle camere solitudinali. Intanto attorno a noi il teatro montato da Sur, rosso come un circo edificato sottoterra, era spazio dell’aldilà sudamericano, e frattanto la tenda ondeggiava come le fiaccole nel buio di un quadro di Bosch. Quando però il Tempo arrivò al disastro, ovvero alla fine dell’ora fissata, io e Antonio e Sur abbiamo pattuito un incontro successivo, pre-notturno.

Al baccanale, nello stomaco dell’Osteria della suburra, tutti impugnavano vino e io vedevo sul soffitto anime coi calici in mano epperò il vino era fluttuante e non crollava all’apice della struttura. Eravamo membri riuniti: tutti di diverse case editrici, e c’erano anche librai incantati. Hacca, Iperborea, Tunué, Sur. Davide Manni. Salvatore D’Alessio. Non appena però si ebbe finito di inghiottire il mangiare, e di bere, Marco Cassini ci ha condotto, come monaci allampanati di scuro, nella dimora dove vengono partoriti e decisi i loro libri.

Nel camminamento lungo via Cavour, quasi pedinato da spiriti di buio, una scalinata pietrosa portava ad un arco basso oltre il quale la tenebra era scannata da flebili lucine immateriali. Dopo l’oscurità, trafitta dai nostri nuovi passi, la Facoltà di Ingegneria accudiva candele in recinti ferrosi che oscillavano come a richiamare l’impazzamento delle cose inesistenti che tuttavia sentivo stritolare tutti noi. Una volta giunti in Largo della polveriera, abbiamo fatto ingresso nello studio della casa editrice e lì dentro, nella mente notturna di Sur, coll’ospitalità umana di Marco, ci siamo seduti in cerchio reggendo bicchieri riempiti di liquidi alcolici mentre la notte perdeva le proprie ore, e il Tempo disconosceva la propria fine ultimativa. Io, tuttavia, in quella stanza mi sentivo in famiglia, pronto a donare loro ancora tempo e tenebra che per me sono la stessa necessaria cosa.

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